martedì, 20 maggio 2008

Il pacchetto sicurezza elaborato dal Ministro Maroni comprendente trenta capitoli dovrebbe entrare in vigore entro luglio, ma le polemiche si fanno sempre più accese e già oggi pomeriggio la Corte di Strasburgo mette in discussione il giro di vite promesso dal nuovo Governo di centro-destra. Benché alla vigilia di questo incontro i diversi parlamentari, da destra come da sinistra, si siano affannati a dire che “non si tratta di bacchettare l’Italia” ma semplicemente di discutere la questione Rom in Europa, il dato di fatto è che il dibattito è stato richiesto proprio in seguito alle vicende italiane: gli sgombri da parte delle forze dell’ordine e i roghi di Ponticelli. L’altro dato è che il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Thomas Hammarberg, ha inviato recentemente alle autorita' italiane una lettera con la richiesta di chiarimenti sul pacchetto sicurezza. Tale richiesta riguarderebbe in particolare la questione dei Rom, il reato di immigrazione clandestina e le misure che l'Italia intende adottare per favorire l'integrazione delle minoranze. Insomma l’Italia non è solo nel mirino spagnolo (nonostante la Spagna stessa non abbia adottato una politica morbida nei confronti degli immigrati, e continui e tenere in piedi dei centri di permanenza temporanea simili ai nostri cpt), ma rientra nel mirino europeo, con le eccezione di quei paesi che il pugno di ferro contro l’immigrazione lo attuano di continuo: la Gran Bretagna applica una detenzione della durata massima di 18 mesi e 5 anni di divieto di ingresso nel paese, accompagnata dalla Germania, mentre, al momento, la Francia ammette un massimo di 32 giorni di detenzione.
Per verificare la condizione dei rom in Italia, in questi giorni un commissario speciale l'europarlamentare Rom ungherese Viktoria Mohacsi, nominata dalla UE, ha visitato alcuni grandi campi nomadi partendo da Roma fino ad arrivare a Ponticelli a Napoli. "La situazione dei Rom in Italia è orribile. È incredibile che in un paese democratico ci siano persone che vivono senza diritti. E' urgente che si attui un programma di integrazione, specialmente per le persone che arrivano dai nuovi stati membri dell'Ue". Ha dichiarato l’europarlamentare. Accanto alla sua testimonianza la denuncia forte di Everyone, gruppo di cooperazione internazionale che si batte per la difesa dei diritti umani e delle minoranze. Everyone sostiene inoltre che il rapimento di Ponticelli non sarebbe altro che una montatura, si legge dal sito: “il Gruppo EveryOne ha ricostruito le dinamiche del presunto rapimento di Ponticelli, dimostrando l'innocenza della giovane accusata, che secondo testimoni attendibili non ha commesso il fatto. Testimonianze di operatori che lavorano da anni con i Rom hanno inoltre consentito agli attivisti del Gruppo EveryOne di apprendere che Angelica non è una Romnì, ma una 16enne di altra etnia slava. L'incredibile montatura di Ponticelli, tuttavia, ha scatenato a Napoli il più cieco odio razziale, conducendo al pogrom di via Malibran e a una sequenza impressionante di aggressioni, violenze e minacce nei confronti dei Rom. Intanto a Napoli la caccia allo 'zingaro' continua: adesso sono gli abitanti di Soccavo a intraprendere azioni violente e intimidatorie contro i Rom, con incendi, atti violenti, inseguimenti, aggressioni, terrore…”
Sempre dallo stesso articolo : “ La forza pubblica assiste senza accennare la minima reazione. A Roma, Milano e in altre città le forze dell'ordine e ronde di giustizieri braccano i Rom dovunque e distruggono le loro baracche. A Pisa neonazisti distruggono le baracche Rom e purtroppo il Comune e le autorità chiudono gli occhi. Il sindaco di Roma ha arrestato 50 Rom accusandoli di reati ai quali sono poi risultati estranei".
In merito alla bozza Maroni la critica è ancora più severa e si appella ai principi sanciti dalle direttive europee: "Di fatto si tratta di una legge razziale, che contiene gravi violazioni della Direttiva 2004/38/CE: per esempio l'articolo 14, che impedisce di espellere i cittadini Ue che siano in cerca di lavoro e l'articolo 27, che impedisce espulsioni per mancanza di mezzi di sostentamento. Ricordiamo che tutti i capifamiglia Rom sono in disperata ricerca di un'attività lavorativa, negata loro a causa dell'emarginazione e del razzismo. Il decreto, si pone in totale contrasto sia con la Direttiva 2000/43/CE, che combatte il razzismo nei Paesi Ue, sia con Risoluzione del Parlamento europeo del 31 gennaio 2008 su una strategia europea per i Rom".
Altre pesanti accuse arrivano poi, dalle pagine dei principali quotidiani nazionali: all’interno del pacchetto sicurezza sarebbe contenuta l’ennesima norma ad personam atta a risolvere i problemi legali del presidente del consiglio. “…scegliendo la data del 31 dicembre 2001, l´esecutivo decide di riaprire la possibilità, oggi vietata, di accedere al patteggiamento anche per tutti i processi già in corso. Quindi, anche per il processo Mills che è giunto ormai in dirittura finale. Solo «per valutare l´opportunità della richiesta» il decreto concede 60 giorni di tempo, un periodo in cui prescrizione e custodia cautelare restano «sospesi».” Si legge, ad esempio, su Repubblica.
Come dire: leggi ad personam- la saga continua.

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mercoledì, 14 maggio 2008
Quest’anno si celebrano due anniversari, con risvolti molto diversi ed estremamente contraddittori fra loro. Da una parte Israele festeggia il suo sessantesimo “compleanno” dall’altra, i palestinesi invece ricordano il giorno del lutto per la perdita della propria terra e della propria libertà.
Due popoli uniti e divisi da una cinta muraria, da una guerra che sembra non aver fine nonostante i numerosi tentativi messi in atto, non ultimo, il fallimentare (adesso lo si può dire) vertice di Annapolis, che sembra definitivamente affossato nella palude di Gaza.
Domani per i palestinesi residenti nei territori occupati, ma soprattutto per quelli che vivono nei campi profughi, sparsi tra il Libano, la Syria, la Giordania, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, è il giorno della Nakba, ovvero il giorno della “catastrofe” quella che costrinse 750.000 palestinesi a lasciare la propria casa e la propria terra di fronte all’avanzata dell’esercito israeliano, più di 500 villaggi vennero evacuati e completamente rasi al suolo. Attualmente i rifugiati palestinesi sono all’incirca sei milioni e per loro non si profila la possibilità del ritorno, nonostante questa sia sancita dal diritto internazionale.
Il nodo dei profughi insieme allo status di Gerusalemme è uno degli scogli su sui continua ad arenarsi  la trattativa di pace israelo-palestinese, questione delicata quella dei profughi e che trova le maggiori resistenze da parte israeliana a causa di un aumento considerevole della crescita demografica araba a fronte di uno stallo per la popolazione ebraica.
E ieri a Bruxelles ha preso il via la conferenza internazionale organizzata dall'International Union of Parliamentarians for Palestine, un'organizzazione mondiale che ha sede a Beirut, in Libano. Nakba e resistenza, ramificazioni del conflitto e strategie di liberazione, questi i temi che verranno affrontati tra oggi e domani nell’ambito dei diversi incontri-dibattito
Sul fronte opposto, invece, il presidente USA sarà ospite, domani, della Knesett, in funzione del sessantesimo anniversario di Israele. E anche in questo caso, c’è qualcuno che parla di boicottaggio: sono i nove parlamentari arabi che siedono nella Knesett e che oggi hanno ufficialmente annunciato la loro assenza durante il discorso di Bush, un atto di protesta motivato soprattutto dalla coincidenza tra la visita del presidente americano e il giorno della Nakba. Per l’occasione il sole di Gerusalemme verrà oscurato da 21.915 palloncini neri, "uno per ogni giorno di espropriazione", spiega una nota degli organizzatori dell'iniziativa.
L’opinione pubblica mondiale, sviata dai festeggiamenti e dalle polemiche che hanno circondato la fiera del libro di Torino, sembra aver dimenticato il dramma quotidiano dell’assedio di Gaza.
Un milione e mezzo di persone costrette a vivere ai limiti della sussistenza. Una gabbia a cielo aperto dove i malati muoiono giorno dopo giorno perché neanche a loro è concesso di uscire da quella gabbia. Forse lo ha dimenticato il suo stesso leader, caro agli USA, Abu Mazen, ma ormai in netto calo di popolarità presso i palestinesi. Secondo un recente sondaggio, infatti, se dovessero tenersi delle elezioni nell’immediato, il presidente dell’ANP verrebbe ampiamente battuto dal leader di Hamas, Haniye e da Marwan Barghuti, personaggio estremamente carismatico ma attualemente rinchiuso nelle carceri israeliane.
Qualcosa però si muove sottobanco. Secondo numerose indiscrezioni, riportate dalla stessa stampa israeliana (Haaretz, in questi giorni), l’Egitto starebbe svolgendo un ruolo di mediazione tra il governo israeliano e Hamas su una possibile trattativa, che al momento sembra bloccata sulla questione scambio di prigionieri. Secondo lo stesso Haaretz però, lo stallo non può continuare a durare a lungo, e si profila la possibilità che l’Egitto acconsenta all’apertura del valico di Rafah permettendo la circolazione di uomini e merci. L’Egitto non può continuare ad osservare in maniera passiva la sofferenza dei fratelli palestinesi e non riuscendo a trovare una risposta positiva da parte israeliana potrebbe cedere alle richieste di Hamas, forse anche domani in occasione della marcia organizzata per ricordare la Nakba.
Insomma, tempi bui per il governo Bush che, dopo il pantano afgano e quello iracheno aveva puntato tutto su Annapolis per ritrovare una credibilità definitivamente persa convinto che appoggiando un leader debole come Abu Mazen e mettendo alle strette Hamas nella prigione di Gaza sarebbe riuscito a raggiungere una normalizzazione necessaria in uno dei luoghi più caldi del pianeta. Situazione resa ancora più incandescente dalla crisi libanese, altro punto nevralgico per i futuri equilibri mediorientali.
Ma, ciò nonostante, Bush si dice “ottimista” su un accordo di pace israelo-palestinese e domani festeggerà la nascita di Israele facendo finta di non sapere che in seguito a un raid aereo, anche stamane, 4 persone hanno perso la vita nella Striscia di Gaza. Due erano miliziani, gli altri due semplici civili. Vittime collaterali, come direbbe qualcuno.
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martedì, 29 aprile 2008
Mentre la piazza di San Giovanni si appronta ad affrontare uno degli appuntamenti più significativi e partecipati a livello giovanile, ovvero il Concertone del Primo maggio che quest’anno dovrebbe essere dedicato alle morti bianche sul lavoro, in altre piazze italiane ci si sta preparando ad una mobilitazione diversa, fuori dagli schemi e dagli inquadramenti “istituzionali”, priva di vip, di personalità politiche che parlano ai microfoni su una piazza gremita di milioni di persone…
Il 1° maggio, consacrato alla Festa del lavoro, diventa un giorno utile per rivendicare i diritti di chi un lavoro non c’è l’ha, o se ce l’ha è sottoposto a forme di precariato o sotto-precariato che costringono inevitabilmente a ricatti continui, un giorno utile per rivendicare il diritto ad una casa, il diritto al libero accesso al sapere, il diritto alla libera circolazione degli uomini e delle donne  migranti. Al grido di “no ai confini, no alla precarietà, abbattiamo le nuove ineguaglianze” il popolo dell’Euromayday, anche quest’anno torna nelle piazze di quasi tutta Europa unito dalla voglia di continuare a lottare per un mondo diverso.
Il movimento, nato a Milano nel 2001, è cresciuto in maniera esponenziale negli anni e nel 2004 è riuscito a coinvolgere varie realtà e piazze europee, fino ad arrivare a Tokyo. Storicamente l'iniziativa viene inventata dalla Confederazione unitaria di base (Cub), ma nel tempo si apre dal punto di vista organizzativo a realtà di lavoratori auto-organizzati, centri sociali, chain-workers, cioè dipendenti delle grandi catene commerciali; ogni anno a ridosso del consueto appuntamento del primo maggio, durante un’assemblea generale vengono stabiliti i punti su cui sarà imperniata la manifestazione nelle diverse piazze e i dibattiti in seno alle Fiere Precarie che precedono e seguono la Parade: quest’anno tutto ruota attorno al tema dei migranti. “La specificità dei migranti- si legge sul sito www.euromayday.org- è vivere una doppia precarietà. Dentro e fuori i luoghi di lavoro il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro li ricatta, i Cpt e le espulsioni li minacciano costantemente. La loro condizione riguarda però tutto il lavoro, è una leva fondamentale della precarizzazione perché alimenta la frammentazione, perché riduce gli spazi di libertà e le possibilità di lotta. Ma in questi anni il protagonismo dei migranti ha prodotto esperienze significative di lotta autonoma in nome della libertà di movimento…”
Al di là delle singole piazze, il raggruppamento principale della Mayday Parade è previsto nella città di Aachen, proprio nel momento in cui Nicolas Sarkozy consegnerà ad Angela Merkel l’Oscar Europeo, il Premio Carlo Magno. In Italia invece ad essere protagoniste saranno le piazze di Milano, Palermo e L’Aquila.
Inoltre tra gli obiettivi e le richieste del popolo Euromayday (in Italia), l’abolizione del pacchetto Treu e della legge 30…
A quanto si apprende andando a spulciare negli anni precedenti, la manifestazione ha visto un’ampia partecipazione fino ad arrivare alle 100.000 persone.
Potenza di internet o della precarietà sempre più diffusa?
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giovedì, 17 aprile 2008
Alle forze politiche di estrema destra, Forza nuova nello specifico, la “trovata” di Claudio Lazzaro proprio non è piaciuta. Dopo aver fatto ricorso alle vie legali per bloccare la proiezione di Nazirock all’interno dei cinema italiani, appellandosi alla par-condicio pre elettorale e minacciando di sporgere denuncia per diffamazione, con conseguente richiesta del risarcimento per danni materiali e morali, la battaglia è proseguita a colpi telematici.
Difatti, fino a qualche giorno fa era consultabile, in rete, il sito ufficiale del film www.nazirock.it.
I contenuti erano chiaramente relativi al film e al libro Cuore nero, ma anche la presenza on-line, evidentemente creava non poco disturbo a chi, proprio in internet ha trovato la piattaforma ideale per “fare gruppo” senza eccessivi controlli.
Questo Nazirock che si infiltra un po’ ovunque, che riporta alla luce del sole una realtà finora piuttosto sommersa, che denuncia apertamente, e, soprattutto, attraverso internet, continua ad attrarre curiosi va fermato, o comunque va fatto tacere.
Improvvisamente la mattina del 16 aprile, il sito di nazirock non è più visibile, come se non fosse mai esistito, ma nessuno ne parla, se ne parla solo in rete, perché solo chi conosce a fondo la rete sa spiegarne il motivo.
Accade così, che mi giunga la segnalazione di un amico che ha seguito la vicenda dall’inizio e che oltre a denunciare il fatto, mi fornisce la spiegazione tecnica che mi serviva: “…il 16 aprile, dalle ore 8,00 di mattina il server ospitante il sito di Nazirock viene tempestato da miliardi e miliardi di pacchetti virtuali, tecnica comunemente chiamata DOS  che consiste nel colmare la connessione internet del server al fine di renderlo irraggiungibile. Una sorta di censura forzata virtuale…”
Grazie a questa segnalazione scopriamo anche che i contenuti del sito di nazirock sono momentaneamente stati trasferiti ad un blog: http://nazirock.blogspot.com/. Accedendo ad esso troviamo la conferma di quanto detto sopra: l’attacco di hackher c’è stato realmente ed ha sortito l’effetto desiderato.
Ma Lazzaro non è rimasto da solo, per lui si è mobilitata anche l’ L'A.N.P.I. - Associazione Nazionale Partigiani d'Italia -  Comitato di Roma e Lazio. Il 10 aprile l’associazione dei partigiani decide di trasmettere alla Procura della Repubblica di Roma il filmato di Claudio Lazzaro "NAZIROCK - il contagio giovanile fascista" “perché Voglia accertare se nei fatti documentati siano ravvisabili ipotesi di reato e pertanto proceda d'ufficio, come richiesto dalla legge, affinché non abbiano a ripetersi simili manifestazioni. Di fronte ai reiterati tentativi  di ricostituzione del disciolto partito fascista, ai numerosi allarmanti fatti di esplicita apologia del fascismo, è necessaria la tutela dei valori fondanti la Costituzione Repubblicana e l'applicazione delle norme vigenti.” (recita il comunicato dell’Anpi)
Nel frattempo le elezioni sono passate, FN ha conquistato un piccolo ma non trascurabile bacino elettorale, correndo da sola e un film-documentario che si limita ad informare senza inventare nulla, subisce un pesante boicottaggio, non solo attraverso vie legali.
Nel 60° anniversario della Costituzione sarebbe il caso di chiedersi se realmente la nostra democrazia è ancora in linea con i principi in essa contenuti.
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lunedì, 10 marzo 2008

L’Italia continua ad essere il paese delle verità dimezzate, o anche dei silenzi reiterati e apparentemente inspiegabili. Un paese in cui si preferisce tacere e andare avanti piuttosto che far luce e chiarezza su quelle che sono le pagine più cupe della storia recente, gli anni bui della repubblica, quelli che vanno dalla fine degli anni ’60 a quasi tutti gli anni ’80 con uno strascico ai primi anni ‘90. Il periodo delle stragi e dell’impunità, del terrorismo e della strategia della tensione.

Una fase in cui tutto poteva essere, perfino un colpo di stato. Prima o poi quelle pagine di storia risulteranno chiare a tutti, primo o poi, la verità, almeno quella, riuscirà a rendere omaggio a chi chiedeva giustizia ma non è mai stato ascoltato. Prima o poi sapremo anche quello che è realmente avvenuto il 27 giugno 1980, quando l’aereo DC9 Itavia precipitò nelle acque del Mediterraneo, tra Ponza e Ustica, provocando la morte di 81 persone. Il 10 gennaio 2007 la prima sezione penale della Corte di Cassazione, presieduta da Torquato Gemelli, conferma la sentenza pronunciata nel dicembre del 2005 dalla corte d'Assise d'appello di Roma, ovvero l’assoluzione degli imputati, i generali Corrado Melillo, Zeno Tascio, Lamberto Bartolucci e Franco Ferri accusati di “alto tradimento e depistaggio”, chiudendo così la vicenda giudiziaria durata per anni senza trovare colpevoli.
Di quella vicenda rimangono due verità diverse, quelle emerse in maniera anche ufficiale attraverso la sentenza-ordinanza del giudice Priore che aveva ricostruito uno scenario di guerra non dichiarata e un’operazione di polizia internazionale in corso . Nella stessa direzione, ma ancora più dettagliati gli scenari tracciati dalle inchieste giornalistiche che nel corso degli anni hanno tentato di far luce sull’intera vicenda, depistaggi compresi, fra le tante quella condotta da Andrea Purgatori anche attraverso le colonne del Corsera. Da tempo infatti l’ipotesi più avvalorata è che effettivamente quella sera fossero in corso delle operazioni militari che vedevano coinvolti aerei francesi e americani, mentre di stanza nelle acque del Mediterraneo c’era la flotta militare americana Saratoga nei pressi di Napoli e quella francese nei pressi della Corsica. Secondo la stessa ricostruzione, quel 27 giugno un aereo libico con a bordo Gheddafi avrebbe dovuto solcare gli stessi cieli. L’operazione che doveva essere portata a compimento era l’eliminazione del leader libico, in un momento in cui i rapporti tra il colonnello e le potenze occidentali, Francia e USA in testa, erano molto tesi. Neanche i rapporti con l’Italia erano particolarmente sereni, l’episodio di Malta aveva segnato un punto critico.
In uno scenario simile continuano a rimanere delle ombre molto fitte e difficili da dissipare nella misura in cui buona parte di coloro che avrebbero potuto rendere testimonianza su quella notte, sono deceduti in circostanze più o meno chiare. Deceduto è anche il generale Giuseppe Santovito, all’epoca direttore del SISMI dal 1978 al 1981, andato in pensione subito dopo e implicato in numerose inchieste prima fra tutte la sua iscrizione alla Loggia P2. Ora il nome del generale Santovito è stato nuovamente tirato in ballo da un altro protagonista dell’epoca, il senatore Francesco Cossiga, allora presidente del Consiglio, che in una recente intervista conferma, con estrema naturalezza quanto ipotizzato su Ustica, ovvero che c’era in corso una battaglia aerea, che il Dc9 viene colpito per errore da un missile a risonanza sganciato da un caccia francese e che, Santovito essendo a conoscenza del tutto aveva avvertito Gheddafi dell’attentato, salvandogli la vita.
Che esistessero dei rapporti “non proprio ufficiali” tra il generale del Sismi e la Libia, sembra confermato anche da una deposizione del generale Notarincola in Commissione stragi, ma la stranezza è che il senatore Cossiga decida di svelare una simile verità soltanto adesso, dopo che il processo è stato chiuso e gli imputati assolti, invece di farlo quando sarebbe stato il momento, ovvero il 12 gennaio 1996, quando in seguito al ritrovamento di dossier segreti in casa di Cogliandro, collaboratore esterno del SISMI, è lo stesso Cogliandro a tirarlo in ballo rivelando che il presidente era a conoscenza di tutto, ma aveva preferito tacere per evitare un incidente diplomatico.
Ora quello che rimane è la dichiarazione a mezzo stampa di un senatore della Repubblica italiana che decide di parlare e comincia col fare delle rivelazioni sul caso Moro (in un’intervista al Corriere della Sera a novembre dello scorso anno), poi passa a Ustica con un’altra intervista rilasciata questa volta ai microfoni di Skytg24 il 19 di febbraio di quest’anno…
Infine l’indignazione, quella espressa da Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione vittime della Strage di Ustica, che chiede a ridosso, di prendere atto di tali dichiarazioni, quantunque esse giungano tardive in rapporto ad un iter giudiziario che sembra già essersi chiuso, ma se realmente, sempre secondo quanto dichiarato dal senatore, furono i servizi segreti italiani a informare lui e Amato di come erano andate le cose, c’è materiale per ricominciare, per fare nuove pressioni sul governo francese e forse anche per interpellare chi in quel momento occupava posti di potere e probabilmente era a conoscenza dei fatti sin dall’inizio.
A distanza di quasi 20 giorni dalle suddette dichiarazioni invece quello che si registra è il silenzio assoluto da parte dei media e delle istituzioni. Un silenzio colpevole, che per riprendere l’espressione di Andrea Purgatori, è il solo responsabile di quel “muro di gomma” che da sempre circonda la strage di Ustica.

Roma, 19 feb. (Apcom) - "Furono i nostri servizi segreti che, quando io ero Presidente della Repubblica, informarono l'allora Sottosegretario Giuliano Amato e me che erano stati i francesi, con un aereo della Marina, a lanciare un missile non ad impatto, ma a risonanza. Se fosse stato ad impatto non ci sarebbe nulla dell'aereo".. Lo ha detto Francesco Cossiga a Sky Tg24 a proposito del missile che abbatté l'aereo dell'Itavia sulle acque di Ustica. "La tesi - prosegue il Presidente Emerito della Repubblica - è che i francesi sapevano che sarebbe passato l'aereo di Gheddafi. La verità è che Gheddafi si salvò perché il Sismi, il generale Santovito, appresa l'informazione, lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro. I francesi questo lo sapevano - conclude Cossiga - videro un aereo dall'altra parte di quello italiano e si nascose dietro per non farsi prendere dal radar".

 

 

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venerdì, 29 febbraio 2008

Anche oggi continuano ininterrotte le operazioni militari all'interno della Striscia di Gaza. E l'ipocrisia mediatica torna a parlare di vittime collaterali, come i bambini trucidati ieri mentre giocavano in un campo all'aperto. Dinanzi a queste vittime, innocenti, non si è levata alcuna voce di biasimo, nessuna condanna. Le uniche parole erano rivolte ad Hamas: "E' necessario che si fermi la piggia di Qassam su Israele". Tacendo però che le operazioni militari israeliane nella Striscia prolificano indipendentemente dai Qassam: si va dalle esecuzioni extra-giudiziarie (miliziano/i uccisi), agli arresti sommari, alla perquisizione o distruzione di edifici civili o ad uso civile per il semplice sospetto che possano essere covi terroristici, per non parlare infine dei controlli serrati ai check-point, che, invece di diminuire negli ultimi tempi sono aumentati in maniera esponenziale. gaza
33 morti e 60 feriti, questo il bilancio provvisorio nella giornata di ieri
10 i bambini rimasti uccisi
20 le incursioni aeree israeliane contro 40 Qassam

Israele minaccia, in queste ore, operazione su larga scala, confermata dal clima di mobilitazione generale che si percepisce da ambo le parti, sembra pronto il piano di invasione terrestre. Olmert rientrato da Giappone è impegnato in consultazioni militari. Se ciò dovesse verificarsi si tratterebbe di una vera e propria carneficina, con i civili impossibilitati a fuggire e privi di appoggi internazionali, perchè Hamas è pur esmpre etichettata come formazione terroristica.

Il viceminitro della difesa israeliano non poteva trovare parole più appropriate per sintetizzare il tutto: "Piu' razzi Qassam spareranno, piu' sara' potente la loro gittata, maggiore sara' l'Olocausto che (i palestinesi) attireranno su di se'; perche' noi utilizzeremo tutta la nostra forza"

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categoria:palestina, gaza, annapolis
lunedì, 11 febbraio 2008

Riporto dal sito www.woomingfoundation.com, la recensione del libro di Claudia Cernigoi, che sto leggendo in questi giorni. Un libro di ricerca che mette a nudo numerose mistificazioni storiche e di estrema attualità alla luce delle diciarazioni di Napolitano.


Un libro fon-da-men-ta-le, che deve circolare, che va diffuso con ogni mezzo necessario e letto dal maggior numero di persone possibile. La lettura spalanca il mondo davanti agli occhi. Questo saggio è uno strumento di lotta, è un'ascia di guerra dissepolta, alfine.
Claudia Cernigoi, dopo anni di ricerche, ha riscritto e ampliato la sua opera del '97, Operazione "Foibe" a Trieste. Ora il libro parla anche dell'Istria e si chiama Operazione "Foibe" tra storia e mito, lo ha pubblicato la Kappa Vu di Udine nella collana "Resistenza storica". Trecento pagine fitte e documentatissime, costa sedici euro e sono ben spesi. Mooolto ben spesi.

Cernigoi ha passato a pettine tutti gli archivi consultabili di qua e di là del confine. Il suo libro smantella con rara e lucida spietatezza le dicerie, le falsificazioni, le leggende contemporanee e le buffonate che, modellate dalla propaganda nazionalista sul confine orientale, si sono fatte strada nell'opinione pubblica senza mai essere messe in questione, fino a spingere il Parlamento a istituire una giornata commemorativa. Nel mentre, si è realizzata una fiction campionessa d'ascolti basandosi su fandonie che i vari "foibologi" hanno preso di pacca da Questo è il conto!, opuscolo in lingua italiana diffuso dai nazisti sul Litorale Adriatico, subito dopo il periodo del "potere popolare", nel 1943.
Operazione "Foibe" tra storia e mito deve diventare IL testo di riferimento per chi voglia occuparsi di "foibe" in modo scientifico, e non sto parlando di geologi.

Cernigoi dimostra che le liste degli "infoibati" sono state oggetto di pesanti manipolazioni. In quegli elenchi, gli pseudo-storici delle "foibe" (molti dei quali neofascisti: chi proveniente da "Ordine Nuovo", chi coinvolto nel golpe Borghese etc.) hanno infilato tutti i dispersi, compresa gente che nel frattempo era tornata a casa, non con le gambe in avanti o dentro un'urna bensì viva e vegeta. I "foibologi" hanno aggiunto anche i nominativi di partigiani e civili uccisi dai nazifascisti. Come spiega molto bene l'autrice, l'infoibamento fu teorizzato, evocato, minacciato dal nazionalismo italiano fin dall'inizio del secolo, per esser poi messo in pratica durante l'occupazione nazifascista. Va aggiunto che molti nomi di "infoibati" sono doppi o addirittura tripli, sovente la stessa persona figura "infoibata" in posti diversi, e in un caso tre nominativi di presunti "infoibatori" (Malvagi Partigiani Slavo-Comunisti) figurano pure nella lista dei relativi "infoibati"! Della serie: se la cantano e se la ridono.
Una lista in particolare, quella degli "infoibati" (in realtò comprensiva di tutti i dispersi) della provincia di Trieste, dopo attento esame registra una percentuale d'errore superiore al 65%. Su 1458 nomi, ben 961 si rivelano sbagliati!

Tutti gli altri caduti (e nemmeno questi furono tutti "infoibati") erano torturatori della Milizia di Difesa Territoriale o della X Mas, massacratori vari, collaborazionisti, delatori, etc. Di molti di costoro Cernigoi fornisce il cursus honorum, ricavato da documenti e fonti d'epoca. A conti fatti, viene smentita la propaganda sugli ammazzati "solo perché italiani". I motivi erano ben altri. Il "feeling" non era antitaliano, ma antifascista.
Quanto alla soppressione del CLN di Trieste da parte dei "titini", spesso citata come esempio di politica fratricida tra nemici del fascismo, Cernigoi spiega in modo chiaro che - a causa della repressione tedesca - in città si susseguirono ben tre CLN, molto diversi l'uno dall'altro, l'ultimo dei quali composto da loschi figuri di destra, anche ex-X Mas. Col paravento dell'antifascismo, costoro cercavano addirittura alleanze con residui del regime fascista in funzione nazionalista e anti-slava, inoltre preparavano - e in alcuni casi eseguirono - attentati e azioni armate contro i partigiani di Tito. Risulta abbastanza normale che questi ultimi abbiano deciso di arrestarli, portarli a Lubiana e colà processarli.

Per quanto riguarda i finti "infoibati", è particolarmente buffo (si fa per dire) il caso di Remigio Rebez, "il boia di Palmanova", tenente della X Mas e feroce torturatore. Condannato a morte dopo la Liberazione, gode dell'amnistia di Togliatti (o meglio, della sua interpretazione estensiva da parte dei magistrati) e si trasferisce a Napoli, dove muore addirittura nel 1996. La stampa triestina dà notizia del suo decesso, gli dedica distici elegiaci, ma si guarda bene dal dire ai lettori che il suo nome figura sulle liste degli "infoibati" fornite da vari storici di destra come Papo, Pirina etc.

Un altro esempio di chi e cosa si possa trovare in quegli elenchi: viene presentato come "vittima degli slavi" tale Eugenio Serbo, "capitano 57° Rgt. Art. Div., rimpatriato dalla Germania fu catturato dagli Slavi e deportato nei pressi di Lubiana; risulta deceduto il 14/12/44 a Leitmeritz".
Lapidaria, Cernigoi: "Leitmeritz è però il nome tedesco di Litomerice, cittadina che si trova nell'attuale Repubblica Ceca nei pressi di Terezin, praticamente a metà strada tra Praga e Dresda. Ci pare difficile che i non meglio identificati 'Slavi' nominati da Papo siano riusciti a deportare il capitano Serbo a Lubiana e farlo morire nel 1944 in un lager tedesco".

Anche soffiando e gonfiando e gonfiandosi, come la rana che vuol competere col bue, i "foibologi" non sono mai riusciti a presentare elenchi plausibili. L'ammontare complessivo delle "vittime" non superebbe le 500 persone tra Venezia Giulia e Litorale Adriatico. Il resto ("decine di migliaia di vittime" etc.) è fantasy, non c'è nessun riscontro documentale. L'anno scorso il ministro Gasparri parlò addirittura di "milioni di infoibati", ma la verità è che siamo ben lontani da quel "genocidio per mano rossa" cercato disperamente dalla destra per contrapporlo alla Shoah e poter ricorrere al "benaltrismo" ogni volta che si parla di leggi razziali, Salò, stragi etc.
Cernigoi non nega che vi siano state vendette personali ma, ricostruendo il contesto e riportando alla luce materiali d'archivio, dimostra che si trattò di azioni individuali e sporadiche, non certo di una politica di sterminio o "pulizia etnica" da parte dei partigiani jugoslavi.

Altre truffe sono i resoconti degli scavi avvenuti nel dopoguerra, a opera di società speleologiche che stavano alla destra fascista come il negozio di fiori sta al Gruppo TNT. Più ci si allontana nel tempo, più si moltiplicano i morti trovati nella data foiba. Se, putacaso, nel '46 erano otto, si può star sicuri che oggi si dice che erano ottanta, e così via. La stessa foiba di Basovizza, divenuta monumento nazionale e frequente location di picchetti e commemorazioni, è più un oggetto di propaganda che di seri studi storici. Non è stato dimostrato in alcun modo che in fondo a quella cavità carsica sia finito "un numero rilevante di vittime, civili e militari, in maggioranza italiani, uccisi ed ivi fatti precipitare". Alla sola Basovizza, Cernigoi dedica un capitolo che pare la messa in scena di una lunga, macabra pochade.

La "tragedia delle foibe" è una truffa ideologica, e la cosa peggiore è che studiosi come Cernigoi e Sandi Volk (autore di un altro saggio importante e recensituro, Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell'italianità sul confine orientale, Kappa Vu, 2005) sono praticamente i soli a confutarla con gli strumenti della storiografia. La propaganda di destra viene accettata a cresta bassa anche a "sinistra", Bertinotti compreso. Tutt'al più si tratteggia vagamente il contesto, si fanno dei distinguo, gli eredi del PCI se ne chiamano fuori dicendo "Noi coi titini non c'entriamo niente" etc.

Invece andrebbe smantellato tutto, ma proprio tutto, e senza alcun indugio.

Il libro si può acquistare on line, sul sito della casa editrice, http://www.kappavu.it

Kappa Vu, Udine 2005, pagg. 300, euro 16,00
http://www.resistenzastorica.it

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categoria:memoria, resistenza
mercoledì, 23 gennaio 2008

Naji Hamdan Qishta, è morto ieri, all’età di 36 anni, a Rafah. Aveva problemi al cuore e gli ospedali della sua città non hanno più le attrezzature e i medicinali necessari per permettergli la salvezza. Naji era un abitante della Striscia di Gaza e ha lottato fino alla fine per ribadire un diritto fonfdamentale, quello alla vita, ma non ce l’ha fatta. Un uomo comune un uomo come tanti, colpevole solo di stare nel posto sbagliato in un momento sbagliato della storia. Tante persone piangeranno la sua morte, tanti chiederanno vendetta per quella che è l’ennesima vittima di un embargo omicida messo in atto dal Governo israeliano come attto di ritorsione nei confronti del Governo di Hamas, che controlla ancora quella sottile striscia di terra. Come Naji, sono tanti i malati a cui è stato impedito di attraversare i valichi per poter accedere alle cure in ospedali stranieri. La crisi umanitaria, paventata da mesi, da quando l’embargo è stato reso ufficiale, è difatti in atto. Un milione e mezzo di persone è condannato a vivere al limite della sussistenza senza poter accedere al carburante, al cibo, all’acqua, alle medicine, senza avere la libertà di movimento se non all’interno di quel perimetro ridotto divenuto, realmente, un carcere a cielo aperto, minacciato da continui raid aerei e incursioni da parte dell’esercito. Una situazione asfissiante che trova come unica forma di risposta e di autodifesa, il lancio continuo di razzi qassam verso Sderot e Ashqelon, un circolo ormai vizioso e senza via d’uscita che non fa altro che accrescere la risposta militare da parte israeliana e la chiusura completa ai valichi con l’impedimento del transito anche dei convogli umanitari, unica forma di sostentamento per i civili palestinesi.
Le scarse pressioni internazionali hanno determinato solo ieri un leggero allentamento nel blocco e a Gaza sono arrivati convogli con rifornimenti di carburante sufficienti per una settimana. Olmert non intende accettare indicazioni e continua a sostenere la linea dura nei confronti di Hamas nel tentativo disperato di tenere insieme un governo che vacilla. Dopo le dimissioni di Liebermann, rappresentante leader della formazione di destra Yisrael Beitenu, apertamente schierato contro i colloqui di pace con l'Anp su questioni chiave, come i confini tra Israele e il futuro Stato di Palestina, Olmert si ritrova con una maggioranza risicata in Parlamento, e il rischio è che si possano verificare altre “defezioni” in seguito alla pubblicazione, intorno a fine mese del rapporto integrale Winograd, che andrebbe a evidenziare una cattiva conduzione della guera in Libano della scorsa estate.
Intanto numerose, all’interno del mondo arabo, si fanno sentire le reazioni alla drammatica situazione palestinese, la Lega araba ha chiesto una seduta straordinari del consiglio di sicurezza dell’ONU, anche i Fratelli musulmani, in Egitto, hanno fatto sentire la propria voce scendendo in piazza in segno di protesta, immediata la reazione: 30 arresti da parte delle forze di sicurezza egiziane.
Oggi, invece, Damasco ospitava il controvertice di Annapolis, chiamando a raccolta i rappresentanti che ad Annapolis non erano stati chiamati in causa, Hamas in testa; defezioni da parte di Anp e Teheran che, già a novembre scorso si era offerto di ospitare un vertice “alternativo”. Ma se la speranza non giunge dalla politica, magari arriva dalla società civile, che, in questi ultimi giorni ha messo in atto una serie di iniziative di sensibilizzazione a livello internazionale e si prepara alla mobilitazione del 26 gennaio, quando israelini e palestinesi cercheranno di incontrarsi alla frontiera di Karni tentando di far passare dei convogli con beni di prima necessità: "End Gaza siege", questo il nome della campagna per la fine dell’embargo, promossa congiuntamente da gruppi pacifisti israeliani e palestinesi (info su http://www.end-gaza-siege.ps/IndexEn.htm).
 Poi c’è la mobilitazione tutta italiana promossa da www.gazavive.com, un’assemblea pubblica a Firenze, domenica 27 gennaio ( per inciso… giorno della memoria) per discutere delle prossime iniziative e una raccolta firme on-line per chiedere la fine dell’assedio a Gaza.

 

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categoria:palestina, politica, medioriente, annapolis
giovedì, 17 gennaio 2008
papaIl diritto di parola deve spettare a tutti, indistintamente, deve spettare al Papa, come deve spettare agli studenti e ai docenti che lo hanno contestato. L’articolo21, scevro da interpretazioni faziose, parla piuttosto chiaro. L’intero mondo politico ha espresso piena solidarietà al Pontefice a causa della sua mancata “lectio magistralis” per l’inizio dell’anno accademico alla Sapienza, mancata, alla fine, per scelta del Pontefice stesso, che in seguito alle massicce proteste degli studenti ha deciso di modificare l’agenda degli appuntamenti per evitare spiacevoli episodi di contestazione. Molti commentatori non hanno fatto altro che bollare la protesta (suppongo anche quella dei docenti fautori di una lettera indirizzata al Rettore Guarini), come frutto di una laicità sbagliata, esercitata nel segno della censura, controbilanciando però con l’evidenziare l’errore compiuto da Guarini nel rivolgere al Papa l’invito di partecipazione all’inaugurazione dell’anno accademico, all’interno di un’università laica e per una “Lectio magistralis”, ovvero il discorso inaugurale che in qualche modo deve “dettare” una sorta di indirizzo.
Il primo errore sta dunque quì: nella scelta sbagliata, rispetto al momento e alle modalità. E da qui prende le mosse la protesta “scritta” da parte di 60 docenti, che hanno bollato la visita come “inopportuna”, per l’appunto. Avevano il diritto di dire la loro? Per i principi sanciti dalla democrazia: si! Avevano diritto di dissentire dalle scelte del rettore, avevano diritto di dire no alla presenza di un’autorità che non rappresenta tutti e non rappresenta, soprattutto, tutte le confessioni al di là di quella cattolica. Il Papa, aveva dunque diritto di parola ma se si veniva ugualmante concessa possibilità di replica, da parte del corpo docenti ma anche da parte degli studenti, che fino a prova contraria, debbono trovare nell’Università un luogo di libero confronto e libera estrinsecazione delle idee.
Quello che è avvenuto è invece molto diverso: stamattina, la Sapienza era blindata. Le forze dell’ordine presidiavano l’entrata per sbarrare l’ingresso agli studenti, a meno che questi non esibissero la tessera universitaria, decisione del rettore di far entrare solo gli iscritti alla Sapienza, ignorando il fatto che molti di loro, neoiscritti, ancora non erano riusciti ad ottenere il tesserino dalla segreteria. Risultato: molti di questi studenti sono rimasti fuori, a manifestare il dissenso, bollati dai media come “dissidenti”.
Qualcuno, tra quelli che sedevano nell’aula magna, si è forse preoccupato di andare a parlare con questi studenti? Qualcuno ha forse cercato di capire in cosa consistesse la protesta e cosa chiedessero i ragazzi? Chi si è eretto, in questi giorni, a paladino della libertà di espressione, in nome del dialogo e del confronto, non mi sembra abbia fatto il ben che minimo sforzo per aprire un dialogo proprio con loro, con chi, all’interno dell’università deve essere realmente tutelato.
Lo stesso Ministro Mussi, ha fatto la scelta di condannare la manifestazione e difendere il Papa… ognuno è libero di assumere le posizioni che ritiene più opportune, ma forse il Ministro dell’Università, nello specifico, avrebbe dovuto assumere un atteggiamento diverso anche nei confronti di chi lo criticava, un atteggiamento di dialogo appunto e non di chiusura o di negazione.
Il messaggio che arriva oggi dalla Sapienza di Roma, una delle Università più longeve e più prestigiose del nostro paese, è sintomatico di un malfunzionamento democratico.
Quando il cittadino non si sente più tutelato e rappresentato dalle istituzioni, ma al contrario, da queste tenuto lontano come una minaccia, allora è lo stallo, è una democrazia che rischia l’implosione. Questa è realmente l’anti-politica.
 
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categoria:università, democrazia al confine
lunedì, 10 dicembre 2007
Scenari bui per il Libano e non solo... in questo articolo Robert Fisk, inviato dell'Independent a Beirut traccia in maniera essenziale, ma, a mio avviso efficace quello che è, oggi la scena mediorientale...
da www.osservatorioiraq.it

A Beirut la gente sta abbandonando le proprie case proprio come ha fatto a Baghdad

di Robert Fisk

The Independent, 24 novembre 2007

E adesso che facciamo? Sto parlando al buio perché a Beirut non c ‘è elettricità. E tutti, naturalmente, sono spaventati. Oggi [ieri per chi legge NdT] avrebbe dovuto essere eletto un presidente: non è stato eletto. La Corniche [il nome con cui è conosciuto il lungomare di Beirut NdT] fuori da casa mia è vuota: nessuno vuole passeggiare lungo il mare.


Quando sono andato a prendere il manouche al formaggio [una focaccia tipica libanese NdT] che mangio di solito per colazione, nel caffè non c’era nessun altro cliente. Abbiamo tutti paura. Abed, il mio autista, che mi ha fedelmente accompagnato in tutte le zone di guerra del Libano, ha paura a guidare di notte. Ieri sarei dovuto andare a Roma. Gli ho risparmiato il viaggio per l’aeroporto.


E’ difficile descrivere cosa significa essere in un Paese che è seduto su una lastra di vetro. E’ impossibile sapere con certezza se il vetro si romperà. Quando si rompe una Costituzione – come sta iniziando a rompersi in Libano – non si sa mai quando il vetro cederà.


Le persone stanno abbandonando le loro case, proprio come hanno fatto a Baghdad. Io posso non essere spaventato, perché sono straniero. Ma i libanesi sono spaventati. Io non ero in Libano nel 1975, quando è iniziata la guerra civile, ma c’ero nel 1976, quando era in corso. Ho visto molti giovani libanesi che vogliono investire le loro vite in questo Paese, che sono spaventati, e hanno ragione a esserlo. Che cosa possiamo fare?


La scorsa settimana, sono stato a pranzo da Giovanni's, uno dei migliori ristoranti di Beirut, ed ero assieme a Sherif Samaha, che è il proprietario del Mayflower Hotel. Molti degli ospiti che ho avuto negli ultimi 31 anni li ho mandati al Mayflower. Ma Sherif era preoccupato, perché avevo insinuato che fra i suoi ospiti c’erano stati dei miliziani che lavorano per Saad Hariri, che è il figlio dell’ex Primo Ministro, assassinato – se credete alla maggioranza dei libanesi – dai siriani il 14 febbraio 2005.


Povero Sherif. Non ha mai avuto i miliziani nel suo hotel. Erano in un edificio vicino. Ma Sherif è talmente libanese che si è perfino offerto di venirmi a prendere con la sua macchina per andare a pranzo. Ha ragione a essere preoccupato.


Due giorni prima di aveva telefonato una mia amica, sposata con un medico dell’American University Hospital. "Robert, vieni a vedere l’edificio che stanno costruendo accanto a noi", aveva detto. E ci sono andato. Abed e io siamo andati a vedere questo orribile edificio. E’ quasi senza finestre. Tutti i suoi impianti sono tubature. E’ praticamente una prigione di milizie. E sono sicuro che è quello che vuole essere. Stasera sono seduto sul mio balcone, durante un blackout, mentre detto questo articolo. E per strada non c’è nessuno. Perché sono tutti spaventati.


Quindi, che cosa può scrivere un corrispondente dal Medio Oriente un sabato mattina, tranne che in Medio Oriente il mondo sta diventando sempre più cupo con il passare delle ore? Pakistan. Afghanistan. Iraq. "Palestina". Libano. Dai confini dell’Hindu Kush al Mediterraneo, noi – noi occidentali, cioè – stiamo creando (come ho detto in precedenza) un disastro infernale. La settimana prossima, dovremmo credere nella pace ad Annapolis, fra lo spento apparatchik americano e Ehud Olmert, il Primo Ministro israeliano che non è interessato a uno Stato palestinese più di quanto non lo fosse il suo predecessore Ariel Sharon.


E quali disastri infernali stiamo creando? Fatemi citare una lettera di una lettrice di Bristol. Mi chiede di citare un professore della Baghdad University, un uomo rispettato nella sua comunità, che racconta una storia davvero infernale; dovreste leggerla. Ecco le sue stesse parole:


"I 'Cavalieri di A'adhamiya' sono una nuova forza che ha iniziato a lavorare con gli americani per portarli dai combattenti di al-Qa'ida e di Tawhid e Jihad [un altro gruppo ‘jihadista’ iracheno NdT]. Questa forza, che ha 300 combattenti, ha cominciato i suoi raid molto presto all’alba, indossando la sua uniforme nera e maschere nere per nascondere il volto. I loro giri hanno avuto inizio tre giorni fa, arrestando circa 150 cittadini di A'adhamiya. Il 'Cavaliere' porta gli americani da un cittadino che potrebbe essere uno dei suoi colleghi che combattevano gli americani assieme a lui. Queste azioni hanno provocato reazioni violente da parte di al-Qa'ida. I suoi combattenti e quelli di Tawhid e Jihad hanno messo striscioni sui muri delle moschee, in particolare su quelli della moschea dell’Imam Abu Hanifa, che minacciavano di morte l’[Iraqi] Islamic Party, le Brigate della rivoluzione del 1920, e il Waqf sunnita [l’organismo governativo che amministra i beni religiosi sunniti NdT] perché questi tre gruppi hanno partecipato alla creazione dei 'Cavalieri di A'adhamiya'. Di conseguenza, sono avvenuti alcuni crimini, che hanno preso di mira due membri del personale del Waqf sunnita e uno dell’ [Iraqi] Islamic Party.


"I combattenti di Al-Qa'ida sono distribuiti in tutte le strade, fermano le persone chiedendo i loro documenti d’identità ... hanno con sé elenchi di nomi. Chiunque abbia il proprio nome in questi elenchi viene rapito e portato in un luogo ignoto. Finora undici persone sono state rapite da Omar Bin Abdul Aziz Street".


Chi scrive racconta come il suo amico professore è stato rapito e portato in una prigione. "Mi hanno aiutato a sedermi su una sedia (ero bendato), e qualcuno è venuto e mi ha tenuto la mano, dicendo: 'Siamo mujahidin, ti conosciamo ma non sappiamo da dove vieni.' Non mi hanno preso il portafoglio né mi hanno perquisito. Mi hanno chiesto solo se avevo un’arma. Un’ora dopo, o giù di lì, uno di loro è venuto e mi ha chiesto di andare con loro. Mi hanno portato in macchina verso dove si trovava la mia auto e non hanno detto altro". Dunque, chi sono i “Cavalieri di A'adhamiya”? Chi li paga? Cosa stiamo facendo in Medio Oriente?


E come possiamo concepire di avere una posizione morale in quella regione quando ancora rifiutiamo di accettare il fatto – ribadito da Winston Churchill, Lloyd George, e da tutti i diplomatici Usa nella Prima Guerra mondiale – che il genocidio degli armeni è avvenuto nel 1915? Ecco la posizione ufficiale del governo britannico sul massacro di un milione e mezzo di armeni nel 1915. "Ufficialmente, il governo ammette la forza del sentimento [nota bene, lettore, la 'forza del sentimento'] su quello che definisce un episodio terribile della storia, e riconosce i massacri del 1915-16 come una tragedia. Tuttavia, né l’attuale governo né i precedenti governi britannici hanno giudicato che le prove siano sufficientemente inequivocabili da essere convinti che questi eventi dovrebbero essere classificati come genocidio, secondo la definizione della Convenzione Onu sul genocidio del 1948". Se non riusciamo a capire bene la Prima Guerra mondiale, in nome di Dio, come possiamo capire bene la Terza?


 

(Traduzione di Ornella Sangiovanni)


Articolo originale

 

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